I LIBRI DELL’ISREC. 1° PERCORSO FORMATIVO a partire dalla presentazione del volume di Andrea Corsiglia “Come si costruisce una dittatura” – Materiali didattici a cura di A. Corsiglia e G. Carrara

Dalla ricerca storica alla didattica della storia

I libri dell’ISREC di Savona

Percorsi didattici di storia e di educazione civica

Per il nuovo anno scolastico 2020 – ‘21 proponiamo la presentazione di volumi di storia locale, curati dall’ISREC, di rilevante interesse per la recente ricerca storiografica.  Ogni presentazione è corredata da materiali didattici che – tramite fonti documentali, indicazioni bibliografiche e sitografiche – offrono spunti per la progettazione di laboratori di Storia e di Educazione civica da svolgere nelle classi.

Andrea CORSIGLIA, Come si costruisce una dittatura
(il melangolo, Genova 2020)

Percorsi didattici di storia e di educazione civica

Materiali di Andrea CORSIGLIA
in collaborazione con Giosiana CARRARA

Sommario

Booktrailer

Figura 1. Booktrailer ISREC – A. Corsiglia, Come si costruisce una dittatura

Sinossi

L’operazione anticomunista savonese si sviluppa nel marzo 1934, nell’arco di pochi giorni. Marzo per il regime è un mese denso di commemorazioni e appuntamenti importanti a livello nazionale: il 23 cade l’anniversario della fondazione dei fasci italiani di combattimento e il 25 si svolgeranno le elezioni plebiscitarie. Un mese dunque che non deve essere turbato in nessun modo: vengono intensificate su tutto il territorio nazionale le operazioni di prevenzione di manifestazioni antigovernative in qualsiasi forma. Così è anche a Savona. Le forze di Pubblica Sicurezza sanno dove focalizzare la loro attenzione: Vado Ligure. Questa è zona di fabbriche; sono questi gli ambienti in cui i “sovversivi” – soprattutto i comunisti sopravvissuti alle repressioni degli anni Venti – continuano ad agire, seppur in modo sporadico, con azioni che spesso si limitano a scritte murarie e diffusione di volantini. Il pretesto con il quale entrare in azione è un furto presso lo stabilimento Officine Meccaniche di Vado Ligure. L’obiettivo è un dipendente della fabbrica, Pierino Ugo, che viene arrestato il 20 marzo 1934. Nel suo armadietto vengono ritrovati manifestini e una copia de “l’Unità”. 

Interrogato circa la provenienza del materiale, Pierino Ugo chiama in causa Giovanni Balestra e Antonio Carai. Entrambi, nei giorni seguenti, sono posti in stato di fermo. Ripetutamente interrogati, fanno il nome di un’altra persona, Bartolomeo Persenda. Sono tutti individui già noti alle forze di polizia, già schedati come “sovversivi” per la loro attività politica. Persenda, in particolare, nel 1930 era stato indagato in quanto membro della cellula comunista attiva nello stabilimento Monteponi di Vado Ligure. Esistono due versioni dell’interrogatorio di Persenda che generano equivoci. In uno di questi egli chiama in causa un altro sospettato, Lino Minozzi. Costui rappresenta la chiave di volta dell’intera operazione. Le sue dichiarazioni imprimo infatti un’accelerazione alle indagini che porteranno a 28 condanne del Tribunale speciale, comminate per associazione comunista e diffusione di stampa clandestina il 20 e il 22 marzo 1935.  

Molte delle persone condannate avranno un ruolo attivo nella Resistenza. Per fare un esempio, Ugo Pierino farà parte di una delle prime formazioni partigiane della Zona savonese, la Stella Rossa, e militerà in seguito nel distaccamento operante a Bormida. Ma proprio qui, nel gennaio 1944, troverà la morte trucidato dai tedeschi.

PROPOSTE DI PERCORSI
DA REALIZZARE NELLE CLASSI

 È giusto ribellarsi alla Legge?

Abstract, contestualizzazione, focus competenze
e risultati attesi

Abstract

L’attività didattica a tema storico che presentiamo può realizzarsi tramite un ciclo di lezioni che, sul piano del metodo, privilegiano la suddivisone in moduli e una didattica collaborativa di tipo laboratoriale. Vengono proposti diversi nuclei tematici che offrono spunti di riflessione sulla nostra Carta costituzione e sul rapporto tra il cittadino e i diritti/doveri che essa esprime e dei quali è garanzia. L’intento è di fornire agli alunni gli strumenti e le competenze per riconoscere il valore civile e democratico della Costituzione italiana attraverso l’analisi critica della politica giudiziaria del Ventennio fascista. Tale conoscenza fa leva sulle fonti dirette d’archivio, in gran parte prodotte dalla macchina legislativa fascista del Tribunale speciale per la difesa dello Stato, analizzate e opportunamente contestualizzate. La finalità dei percorsi proposti è di sensibilizzare ad una maggiore consapevolezza del periodo storico esaminato e di avviare una riflessione critica e attenta del rapporto tra passato e presente, in coerenza con i principi fondamentali della nostra Costituzione.

Contestualizzazione

L’unità di apprendimento è pensata per una classe quinta di una scuola secondaria di secondo grado. L’attività didattica può introdurre o documentare lo studio dei totalitarismi (in particolare il fascismo italiano) ma può costituire anche un utile approfondimento, sul modello degli “studi di caso”, delle politiche giudiziarie di formazioni statuali antidemocratiche e illiberali dalla seconda metà del Novecento ad oggi. A livello curricolare si colloca presumibilmente nel secondo periodo dell’anno scolastico. La durata prevista per l’intero svolgimento del percorso è di circa 30 ore. È comunque possibile segmentare l’attività pluridisciplinare in almeno due nuclei tematici, l’uno storico-politico e l’altro storico-linguistico, rimodulandone la durata, rispettivamente, in 20 e 10 ore.

Il percorso fa leva su una prospettiva transdisciplinare che coinvolge in prima istanza le seguenti discipline: letteratura, storia, cittadinanza e costituzione, diritto. 

Focus competenze

Letteratura: padroneggiare il patrimonio lessicale ed espressivo della lingua italiana secondo le esigenze comunicative proprie dei vari contesti sociali e culturali; individuare ed utilizzare le moderne forme di comunicazione visiva e multimediale; utilizzare gli strumenti culturali e metodologici per porsi con atteggiamento razionale, critico e responsabile di fronte alla realtà, ai suoi fenomeni, ai suoi problemi.

Storia: agire in base ad un sistema di valori in coerenza con i principi della Costituzione e saper valutare fatti e ispirare i propri comportamenti personali e sociali ad essi; riconoscere l’interdipendenza tra i fenomeni economici, sociali, istituzionali, culturali e la loro dimensione locale e globale. 

Competenze chiave di cittadinanza: imparare ad imparare, progettare, comunicare, individuare collegamenti e relazioni, acquisire ed interpretare un’informazione.

Risultati attesi/ compito unitario: breve saggio storico o testo argomentativo, video-documentario, debate, presentazione multimediale.

Le leggi fascistissime e i “sovversivi” 

Il periodo in cui si colloca la vicenda savonese affrontata nel libro, la metà degli anni Trenta, nei manuali scolastici è spesso trattato come una concatenazione ineludibile di fatti, conseguenze ovvie dell’affermarsi della dittatura fascista, riconducibili all’emanazione delle cosiddette leggi “fascistissime”, che trasformano l’Italia in uno stato totalitario. 

In realtà, gli interrogativi sollevati dalle leggi eccezionali del fascismo, emanate tra il 1925 e il 1926, e le loro ricadute sono tanti e, se opportunamente declinati, possono diventare spunti didattici per avviare percorsi di storia e di educazione civica. Lo studio del fascismo, in questo senso, può partire dall’analisi della storia locale e delle sue fonti (microstoria) per dispiegarsi in contesti sempre più ampi, sino a coinvolgere la storia nazionale e internazionale (macrostoria). 

Si tratta di un procedimento inverso a quello seguito abitualmente. Inoltre, interpretare una fonte chiama in gioco lo sviluppo di capacità critiche utili per confrontarsi con una qualsiasi altra “fonte” di informazione e misurarsi con la realtà in modo attivo. 

Ma come fare?

Il percorso potrebbe essere introdotto da una domanda provocatoria, che prende spunto dalle vicende trattate nel libro: nel caso savonese i comunisti arrestati e carcerati erano definiti “criminali”, non criminali comuni ma “sovversivi” che attentavano alla sicurezza dello Stato

Sono stati condannati per attività “antinazionale”: quanto di più pericoloso si possa dare per uno Stato che non intende essere messo in discussione. Sovversivo è uno status, una categoria peggiore di quella del criminale comune. 

Da un punto di vista didattico, i vissuti dei sovversivi rappresentano un’occasione importante per introdurre una riflessione sulle categorie sociali “devianti” (sovversivi, eretici, etc.) e come queste, e la loro creazione, siano strettamente connesse agli intenti e alle finalità politiche delle istituzioni che detengono il potere in un determinato momento storico. 

La lettura di un documento di polizia riguardante Ugo Pierino (testo scaricabile) fornisce lo spunto per una duplice attività. La prima è legata alla lettura e alla comprensione di una fonte particolare, anche dal punto di vista linguistico, come un verbale di polizia. La seconda attività consiste nella contestualizzazione del documento condotta a partire da domande-guida: chi l’ha prodotto? In che periodo? Con quale scopo?  Quale grado di attendibilità ha questo documento e le informazioni che contiene?

Il documento, è bene chiarirlo, ha innanzitutto lo scopo di descrivere Ugo dal punto di vista sociale come un individuo “poco desiderabile”. A questo proposito, anche soltanto tramite cenni, ci si può collegare al potere delle parole nei contesti statuali totalitari: si pensi alla narrazione prodotta dai nazisti nei confronti della popolazione ebraica (non è un caso che poi comunisti ed ebrei condivideranno il triste destino dei campi di concentramento).

È sicuramente interessante far notare agli studenti come nel marzo del 1935, a seguito della condanna del Tribunale speciale (sentenza n. 16 del 22.03.1935) e in base alla legge vigente, Ugo Pierino fosse a tutti gli effetti un “criminale”, un attentatore alla sicurezza dello Stato. Ma, come sappiamo, poi diventerà un partigiano e morirà lottando contro l’oppressione nazista e fascista; quindi parteciperà alla Liberazione dell’Italia. 

Se non si assumono posizioni preconcette, che forniscono risposte belle e pronte, risulta evidente l’aporia che si viene a creare. La difficoltà logica va però risolta ricostruendo il processo storico che ha portato Ugo Pierino ad essere definito un “criminale”. Ci riferiamo alla legge fascista.

Da qui può prendere avvio una nuova fase del percorso che ha come centro una domanda provocatoria.

La domanda di fondo potrebbe essere: “è giusto ribellarsi alla Legge, allo Stato?”

È una domanda difficile, sicuramente divisiva, alla quale si può rispondere in maniera subitanea e, fondamentalmente, irriflessa sia con un sì sia con un deciso no. Una risposta motivata e non istintiva si può ottenere soltanto a conclusione di un percorso attraverso la storia e l’analisi dei fatti, passando tra tappe intermedie e cercando di rispondere a tante altre domande, forse più semplici ma altrettanto fondamentali. 

La prima può riguardare la “verità”: quello che si legge nei documenti ufficiali, sui giornali o nei verbali di polizia è sempre l’esito di narrazioni o resoconti veritieri?

In altri termini:

“Una fonte (storica) è sempre vera?”

Proviamo a rispondere ricorrendo direttamente alle fonti. Andiamo allora a leggere la sentenza numero 15 del marzo 1935 del Tribunale Speciale (TS) che chiude l’operazione anticomunista savonese del 1934 o semplicemente l‘elenco degli imputati inviato al TS dalla Questura di Savona. Entrambi i documenti, in quanto prodotti da due istituzioni ufficiali (Questura e Tribunale), sono considerati dal lettore come autentici e credibili. I testi offrono infatti una versione dell’operazione anticomunista savonese, quella ufficiale, a tutta prima inattaccabile. Successivamente possiamo analizzare la foto segnaletica di un personaggio chiave in questa vicenda: Lino Minozzi. Sulla foto segnaletica si legge la scritta “spia”, delatore dei compagni.

Figura 2. Foto segnaletica di Lino Minozzi. Archivio ISREC di Savona (Fondo Pastore).

Minozzi si qualifica come accusatore, complice nell’operazione di stampa e diffusione dei volantini comunisti. Ma, invitando i ragazzi ad una lettura più attenta dei documenti già esaminati, ci si renderà conto che Minozzi non viene neppure nominato. Addirittura viene scarcerato senza conseguenze. Eppure le sue rivelazioni sono, a detta degli investigatori, indispensabili per il successo delle indagini.  Si evidenzia qui, in modo palese, il nesso imprescindibile che intercorre fra veridicità e attendibilità di una fonte. Siamo di fronte a dei “veri” falsi storici. Veri perché realmente prodotti da istituzioni ufficiali, ma falsi perché quello che narrano non corrisponde all’effettivo svolgersi dei fatti: non è la verità.   

E qui si inserisce la capacità di valutare il documento esaminato con le già note domande guida: chi l’ha prodotto? Per quale motivo? Qual è il contesto storico in cui è stato prodotto? 

L’attività inerente a questa parte del percorso potrebbe sembrare una ripetizione della precedente. In realtà, analizzando queste fonti con la classe, si può giungere alla definizione delle categorie concettuali fondamentali per l’indagine storica (e non solo): in che cosa consiste la veridicità di una fonte e cosa s’intende per la sua attendibilità.  

La distorsione della comunicazione e la falsificazione della narrazione rivelano le intenzioni ultime delle leggi fascistissime e del Tribunale Speciale, che perdono di astrattezza e svelano la loro consistenza reale. Lo scopo ch’esse perseguono è uno soltanto: non la ricostruzione dei fatti ma la repressione del dissenso. Condannare gli oppositori e metterli a tacere, questo è il fine.

In quest’ottica è interessante aprire una parentesi ed avanzare confronti e collegamenti ad altri periodi storici, per evidenziare come i tribunali speciali non siano una prerogativa dello Stato fascista ma si trovino qua e là nella storia, tutti con le identiche finalità ma con sviluppi ed esiti sicuramente diversi. 

L’attività in classe potrebbe essere condotta utilizzando la metodologia del WebQuest, finalizzata alla produzione di una linea del tempo digitale che indichi dove e quando i tribunali speciali hanno operato (ovviamente la linea del tempo può essere arricchita da immagini e documenti).  

Rintracciare tali istituzioni nella “lunga durata” permette una comprensione più approfondita delle loro modalità di azione. Per fare un esempio, tra il 1793 e il 1794 opera il tribunale speciale rivoluzionario francese. Istituito per giudicare traditori e sospetti (la legge sui sospetti è del 1793 e nasce per colpire tutti coloro che “pur non avendo fatto nulla contro la Rivoluzione neppure avevano fatto nulla per essa”). 

Possono sembrare confronti irrispettosi, ma qui non si tratta di giudicare idee o ideologie bensì di mettere in luce come spesso i moti rivoluzionari (il fascismo è bene ricordarlo è una rivoluzione) rivelino nel loro sviluppo torsioni verso l’autoritarismo e la tendenza ad annullare (fisicamente e intellettualmente) l’oppositore. 

È importante notare come questi tribunali si fondino essenzialmente su delazioni e sospetti, quasi mai su reali indagini e meno ancora su prove concrete: voci, confidenze, e si diventa nemici del popolo o dell’ideale rivoluzionario. Irrimediabilmente eretici.  Risulta dunque evidente come i tribunali speciali operino per l’affermazione di un’idea e non per l’affermazione della verità dei fatti. 

Il TS fascista non fa eccezione e le sentenze altro non sono che una “parvenza” di verità. Mettono in scena l’efficientismo e la virile praticità fascista. Costituiscono la macchina perfetta al servizio di un’idea superiore: lo Stato fascista.

Ovviamente, su questo piano, alcuni altri periodi storici possono offrire spunti di riflessione e di confronto. Si pensi a contenuti annualmente proposti a scuola nei programmi di storia come Calvino a Ginevra, l’Inquisizione o la Rivoluzione russa.

Ma questo percorso non ci allontana dal nostro obiettivo.
La domanda era e resta: “è giusto ribellarsi alla Legge?”

Dopo le prime analisi la risposta sembra già più vicina ma dobbiamo compiere ancora qualche altro doveroso passaggio.

Analizzando le attività del Tribunale speciale e la legislazione che lo sostiene, ossia le leggi fascistissime, possiamo porre la domanda in un altro modo:la legge è per definizione giusta?

Le attività rivolte alla classe in questo momento possono ricondursi ad una serie di lezioni dialogate, sostenute dalla lettura di documenti e testi storiografici volti alla riflessione sul tema e alla formazione di un giudizio critico motivato. Pensiamo al cardine del testo (saggio breve/testo argomentativo) che i ragazzi dovranno redigere al termine dell’unità di apprendimento. 

Il procedimento utilizzabile per rispondere alla domanda può essere identico a quello seguito in precedenza: si comincia dal caso particolare savonese per arrivare al quadro nazionale. Partendo dalla fonte già utilizzata, la relazione riassuntiva dell’operazione anticomunista, si può evidenziare quali siano “i gravi reati” (per tutti, leggi come esempio la scheda di Francesco Pastore) che portano ai numerosi arresti del 1934: a fronte di alcune manifestazioni sporadiche come il lancio di manifestini e le scritte murarie si aveva “la percezione vaga e indeterminata di un certo risveglio da parte degli elementi comunisti”. (Sospetti, ancora, vaghe percezioni…). Manifestini, scritte murarie, giornali: agli occhi di un ragazzo di oggi può sembrare assurdo denunciare la gravità di simili azioni ma “ieri” scrivere su un muro contro il governo (non scritte offensive ma il semplice invito a votare no alle elezioni) poteva condurre al carcere, a diversi anni di carcere. 

Francesco Pastore verrà carcerato proprio per questo: aver stampato un giornale, aver propagandato idee contrarie al governo.  Era colpevole di aver esercitato una libertà fondamentale, che appartiene a tutti gli uomini: la libertà di espressione.

La legge che lo ha condannato, era una legge giusta? Riflettendo su questi punti si può arrivare a comprendere quanto sia importante la tutela delle libertà individuali e come la libertà sia il diritto più alto da preservare e con essa il rispetto della vita in ogni sua manifestazione. Ogni legge che non rispetta questi assunti fondamentali deve muovere a sospetto e timore. Anche in questo caso la storia particolare, quella di Pastore, ci offre il rinvio alla storia generale e ci rimanda, per fare un esempio, al Seicento, al contrattualismo di Locke e alla sua riflessione sui diritti naturali propri di ogni essere umano, la libertà e l’uguaglianza, che ogni forma statuale dovrebbe preservare. In caso contrario, dice Locke, i cittadini possono ribellarsi ricorrendo anche alla forza (Due trattati sul governo, 1690). È l’idea potente e fondamentale, che verrà ripresa nella Dichiarazione d’indipendenza americana: 


«Noi riteniamo che tutti gli uomini sono stati creati tutti uguali, che il Creatore ha fatto loro dono di determinati inalienabili diritti (…) che ogni qualvolta una determinata forma di governo giunga a negare tali fini, sia diritto del popolo il modificarla o l’abolirla, istituendo un nuovo governo che ponga le basi su questi principi (…) Allorché una lunga serie di abusi e di torti (…) tradisce il disegno di ridurre l’umanità ad uno stato di completa sottomissione, diviene allora suo dovere, oltre che suo diritto, rovesciare un tale governo».


Le fa eco l’art. 35 della Costituzione francese del giugno 1793: 

«Di fronte alle ingiustizie e all’oppressione l’insurrezione è per il popolo, e per ogni parte del popolo, il più sacrosanto dei diritti e il più inderogabile dei doveri». 

Questo è quello che hanno fatto Pastore e con lui tutti i condannati della cellula comunista operante a Savona nel marzo del ’34. Si sono ribellati con i pochi mezzi che avevano a disposizione (scritte murarie, stampa clandestina, riunione nelle fabbriche, al porto di Savona, in osterie fuori città, ecc.), ma quel poco è bastato a tenere viva una coscienza, un’idea di società e di libertà, che li collega direttamente alla lotta partigiana e ai suoi valori, che sono poi a fondamento della nostra Costituzione.

In ultimo, a conclusione del percorso, sarà interessante rilevare se il diritto di resistenza trovi spazio o meno nella nostra legislazione. A questo proposito, va ricordato che il 5 dicembre 1946 la Sottocommissione, incaricata – all’interno della Commissione dei 75 (cosiddetta dal numero dei componenti) – di elaborare la prima parte della Costituzione, inserisce nel “Progetto di Costituzione”, al 2° comma dell’art. 50, la seguente disposizione: 

«Quando i pubblici poteri violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino». ( Diritto di resistenza, punto 4 del testo)

Secondo autorevoli costituzionalisti, anche se non è espressamente stabilito dalla nostra Carta costituzionale, il “diritto di resistenza all’oppressione” è implicitamente legittimato, essendo una delle garanzie di difesa della Costituzione in caso di violazione dei principi fondamentali in essa stabiliti.

Il percorso è decisamente ampio e a volte “scivoloso” ma di sicuro è stimolante sotto diversi punti di vista, come abbiamo potuto considerare in questa breve analisi.

La scrittura e il fascismo

La scrittura rappresenta un altro interessante punto di vista per analizzare il periodo fascista, soprattutto quella scrittura che ha come destinatario il nuovo soggetto politico del Novecento: le masse. 

Le attività proponibili alla classe sono diverse (l’elaborazione di un saggio breve, un’analisi testuale, un debate) ma il punto di partenza potrebbe ancora essere dato dai testi, dalla conoscenza diretta delle parole degli autori, dal commento guidato che porta gli alunni all’espressione di un giudizio critico motivato su quanto è stato preso in esame.  

Lo stimolo utilizzabile per introduttore il percorso potrebbe essere l’analisi del famoso discorso tenuto in Parlamento da Mussolini il 3 gennaio 1925. 

«Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l’arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa!  Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!»

Figura 3. Luca Zingaretti legge il Discorso di Mussolini alla Camera del 3 gennaio 1925.

Da dove viene questa cifra stilistica, questa retorica tanto incisiva, aggressiva, ma senz’altro così efficace? Basta fare un balzo, breve di dieci anni, indietro nel tempo:  

«Compagni, non è più tempo di parlare ma di fare; non è più tempo di concioni ma di azioni, e di azioni romane. Se considerato è come crimine l’incitare alla violenza i cittadini, io mi vanterò di questo crimine, io lo prenderò sopra me solo. […] Ogni eccesso della forza è lecito, se vale ad impedire che la Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca a imbrattare e a perdere l’Italia».

Chi si esprime in questi termini è Gabriele D’Annunzio nella Arringa al popolo di Roma in tumulto del 13 maggio 1915. Sono le radiose giornate di maggio. D’Annunzio è un anticipatore, capisce prima di altri da dove passa il successo sia come scrittore sia come uomo politico: nell’eccesso della comunicazione. E, soprattutto, ha ben chiaro lo scopo principale: affascinare chi legge e chi ascolta, portarlo dalla propria parte. Nei suoi discorsi, sembra che il contenuto, la violenza del contenuto, svanisca nell’abile disposizione sintattica, nel gioco retorico. 

Figura 4. D’Annunzio, Arringa al popolo di Roma in tumulto (13 maggio 1915)

Sarebbe un nulla, un gioco per l’appunto ma purtroppo quei discorsi hanno tristi risultanze: quello di D’Annunzio, dopo svariati episodi di violenza contro parlamentari e politici, porterà l’Italia dritta nella Prima guerra mondiale; quello di Mussolini, nel quale si autodenunciava per l’omicidio Matteotti, alla consacrazione del fascismo.  

Mussolini e la letteratura: D’Annunzio è il collegamento elementare, scontato ma a volte scorretto. Per questo è importante portare gli studenti a riflettere su questi nessi, cercando di non cadere nella tentazione catalogatrice e semplicistica che porta a vedere in D’Annunzio lo scrittore del fascismo. D’Annunzio era altro, figura complessa e contradditoria dotata di altre profondità rispetto a un qualsiasi scrittore di regime.

Figura 5. Ignazio Silone, “Fontamara”
(Mondadori, Milano 1986, p. 160)

Altri scrittori hanno avuto rapporti contrastati con il fascismo. Il caso esemplare è quello di Elio Vittorini che negli anni Trenta è iscritto al partito fascista (faceva parte della corrente di sinistra), partecipa alla guerra di Spagna e poi passa al comunismo e alla Resistenza (Uomini e no è uno dei libri più celebrati del filone resistenziale). 

Infine, Ignazio Silone. Sappiamo che il fratello fu vittima della giustizia fascista. Silone, espulso dal Partito comunista nel 1931, con un libro bellissimo e spesso poco ricordato, Fontamara, con la sua scrittura scevra di retorica opposta dunque a quella di D’Annunzio, avanza una denuncia forte e amara del fascismo e delle derive autoritarie e totalitariste rivoluzionarie.

Bibliografia e sitografia
di riferimento

  • Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, Decisioni emesse nel 1935, Edizione Ufficio Storico SME, edizione 1990
  • John Locke, Due trattati sul governo, UTET, Torino 2010
  • Ignazio Silone, Fontamara, Mondadori, Milano 1986, p. 160

Altri riferimenti sono in corpo al testo sotto forma di link che rinviano a documenti scaricabili o a siti liberamente consultabili.