I LIBRI DELL’ISREC. 2° PERCORSO FORMATIVO a partire dalla presentazione della ricerca storica di Irene GUERRINI e Marco PLUVIANO “Savona, 1° marzo 1944: lo sciopero” – Materiali didattici a cura di G. Carrara

Dalla ricerca storica alla didattica della storia

I libri dell’ISREC di Savona

Percorsi didattici di storia e di educazione civica

Per il nuovo anno scolastico 2020 – ‘21 proponiamo la presentazione di volumi di storia locale, curati dall’ISREC, di rilevante interesse per la recente ricerca storiografica.  Ogni presentazione è corredata da materiali didattici che – tramite fonti documentali, indicazioni bibliografiche e sitografiche – offrono spunti per la progettazione di laboratori di Storia e di Educazione civica da svolgere nelle classi.

Savona – Secondo dopoguerra. Via Gramsci

Percorsi didattici di storia e di educazione civica

SAVONA, 1° MARZO 1944:
LO SCIOPERO

Materiali a cura di Giosiana CARRARA

Sommario


Abstract

Savona, 1° marzo 1944: lo sciopero

Lo sciopero del 1° marzo 1944 a Savona rappresenta uno degli eventi più significativi della Resistenza nella II Zona partigiana ligure, corrispondente grossomodo alla provincia savonese. Coinvolse migliaia di operai provenienti dalle numerose fabbriche dell’area costiera e valbormidese, che pagarono un prezzo altissimo per essersi astenuti dal lavoro. È nota la feroce repressione attuata dalle autorità fasciste e dall’occupante tedesco che ebbe come conseguenza sia la deportazione nel campo di concentramento di Mauthausen e dei suoi sottocampi (Gusen 1, Gusen 2, Melk ed Ebensee) di almeno 67 persone – di cui soltanto 8 fecero ritorno – sia il lavoro coatto (ossia forzato) imposto a più di un centinaio di operai, deportati presso le fabbriche del centro industriale di Salzgitter, in Bassa Sassonia. Ci proponiamo di contestualizzare l’evento tramite una serie di schede e materiali utili al fine di suggerire percorsi didattici da svolgere nelle classi. Presenteremo dunque una sintetica introduzione, un lessico con alcune parole chiave, la sintesi degli interventi tenuti Venerdì 4 dicembre 2020 dai professori Claudio Dellavalle, Irene Guerrini e Marco Pluviano [che potete ascoltare qui], un’antologia di testi, la bibliografia e alcune risorse on line di riferimento per ulteriori approfondimenti.


Introduzione storica

Lo sciopero del 1° marzo 1944 si inquadra nel clima di conflitto politico e sociale indotto da una pluralità di cause: le privazioni causate dalla guerra (inflazione, mancanza dei generi essenziali, bombardamenti con distruzione di abitazioni e luoghi di lavoro); l’insofferenza generata dal prolungarsi di un conflitto logorante; infine, la pratica di repressione operata dal regime monarchico fascista fino all’8 settembre e, in seguito, dall’occupante tedesco e dalle autorità della RSI, che si dedicarono anche a una capillare razzia di uomini, macchinari e materiali, destinati all’economia di guerra del Reich. 

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A medio termine, l’origine dello sciopero generale del 1° marzo 1944 risale alle agitazioni che, tra novembre 1943 e inizio gennaio 1944, interessarono il Nord Ovest (nell’ambito del cosiddetto “triangolo industriale”), la Liguria, e quindi anche Savona.  

Migliaia di lavoratori (si parla di più di 5.000 persone nella sola area savonese) ad un segnale convenuto incrociarono le braccia sospendendo il lavoro negli stabilimenti. La dimensione di massa dello sciopero indusse le autorità fasciste e naziste ad una pronta e feroce reazione nel tentativo di stroncare l’agitazione. L’azione repressiva imputabile alla Repubblica Sociale Italiana (RSI) fu assai estesa. Furono infatti le forze di Salò a gestire sia le incursioni nelle fabbriche con l’arresto di quasi 200 persone, attuate a Savona e Vado lo stesso 1° marzo, sia le decine di arresti compiuti a Finale Ligure e in Val Bormida nei due giorni (e notti) seguenti, in linea di massima al di fuori dagli stabilimenti. Tra le autorità di Salò si segnalarono per efferatezza il prefetto della provincia di Savona Filippo Mirabelli, il capitano della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) Luigi Possenti, il vicecomandante provinciale della GNR del lavoro Rodolfo Peghini e il commissario aggiunto di Pubblica Sicurezza (PS) Ubaldo Cartia per il ruolo svolto nel rastrellamento a Vado Ligure. Furono sempre le autorità salodiane a curare la raccolta degli arrestati nella ex Colonia Merello di Spotorno, e il loro trasferimento a Genova, presso la Villa Di Negro. A questo punto, dopo che un certo numero di essi era stato rilasciato o era riuscito ad allontanarsi e/o fuggire, subentrarono le autorità nazionalsocialiste, che attuarono la selezione dei lavoratori, decidendo chi doveva essere avviato al circuito concentrazionario e chi invece al lavoro coatto nelle fabbriche oltre il Brennero. In totale fu trasferito coattivamente nel Reich un numero di scioperanti stimabile tra le 170 e le 180 unità. Di questi, 67 finirono nel circuito concentrazionario (KZ), e solo otto di essi sopravvissero, mentre gli altri furono destinati al lavoro coatto per lo più nelle fabbriche del grande comune di Salzgitter (Lebenstedt, Hallendorf, Watenstedt), nel sud est della Bassa Sassonia. Il differente trattamento, apparentemente dovuto ad una semplice valutazione delle condizioni di salute e alla possibilità che chi si dichiarava malato mentisse, si potrebbe spiegare con la volontà di colpire con l’invio in KL i più anziani e i meno collaborativi, individuati come coloro tra i quali probabilmente si celavano i promotori dello sciopero. Per entrambe le categorie, le condizioni di vita e di lavoro sperimentate furono durissime. Tuttavia, la sorte toccata ai lavoratori savonesi deportati nel circuito concentrazionario (KZ) di Mauthausen e dei suoi sottocampi Gusen 1, Gusen 2, Melk ed Ebensee fu atroce. In questo caso, infatti, il tasso di mortalità fu superiore all’85%, in assoluto uno dei più alti registrati nell’ambito della deportazione politica in KL dall’Italia, che a livello nazionale si attestò al 42,51%. 

Nonostante la memoria cittadina delle vittime della deportazione sia viva e condivisa, soprattutto grazie all’impegno dell’Aned di Savona e Imperia, restano ancora aperte molte domande sulle cause di una repressione così feroce avvenuta a Savona, sulle dinamiche della razzia e sul destino di alcune decine di deportati. Anche per queste ragioni, l’ISREC ha commissionato, promosso e sostenuto la ricerca storica di Irene Guerrini e Marco Pluviano che sarà pubblicata e presentata in occasione del 77° anniversario dello sciopero del 1º marzo 1944.


Parole chiave: Lavoro e Sciopero

LAVORO
Lavoro (dal latino labor – laboris = pena, fatica, sofferenza). 

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Attività umana considerata l’essenza stessa dell’uomo o lo strumento della sua realizzazione; è volta alla trasformazione e all’adattamento delle risorse naturali ed ha lo scopo di produrre beni e servizi che soddisfino bisogni individuali e collettivi.Presuppone una doppia e imprescindibile interazione: tra uomo e natura e, soprattutto, tra soggetti umani. L’attività lavorativa, pertanto, è sociale per eccellenza: pone infatti chi la esegue in relazione con gli altri.

Lavoro nella Costituzione italiana

L’importanza basilare del lavoro nella Carta costituzionale è sancito dall’Articolo 1, in cui si dichiara che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Porre sul lavoro il fondamento della Repubblica equivale ad attribuire al lavoro di ogni cittadino un valore imprescindibile ai fini del suo ruolo sociale, in netta opposizione rispetto ad altri fattori prevalenti invece nel passato, come la nobiltà di nascita o le ricchezze possedute.

Lo spiccato rilievo attribuito al lavoro si riconosce inoltre nelle numerose disposizioni previste dalla Costituzione con particolare riferimento al Diritto al lavoro e ai Rapporti economici e politici (vedi infra).

Lavoratori nella Costituzione italiana

Il riferimento ai “lavoratori” compare nel secondo comma dell’Articolo 3 con specifico rimando al tema dell’eguaglianza:

“È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La citazione pone in luce la consapevolezza del peso avuto dalla “questione sociale” nella storia occidentale ed italiana dell’800 e della prima metà del ‘900. In particolare, lascia intuire la contrapposizione di classi sociali di cui una, quella appunto dei “lavoratori”, partendo da condizioni socio-economiche di svantaggio, è stata a lungo esclusa dalla piena partecipazione alla vita collettiva. Dunque l’azione dello Stato deve rivolgersi innanzitutto verso chi si trova in posizione di maggiore debolezza, in vista della realizzazione dell’eguaglianza “sostanziale”.

In questo senso, l’Articolo 35 ribadisce il principio per il quale “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni”, “Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori” fino a garantire una regolamentazione internazionale dei diritti del lavoro.

Diritto al lavoro

È riconosciuto a tutti i cittadini dall’Articolo 4 della Costituzione che, al comma 1º, dispone:

“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Tale diritto non va però inteso soltanto in senso tecnico-giuridico, perché, se fosse privo di azione, risulterebbe meramente formale, ossia vuoto di contenuto. Pertanto la norma prevede che lo Stato determini programmaticamente, con tutti gli strumenti di cui può disporre, il pieno impiego di tutte le potenziali energie per lo svolgimento del lavoro. Del resto, il 2º comma dello stesso Articolo 4 integra il riferimento al “diritto al lavoro” con una duplice istanza: da un lato sancisce “il dovere del lavoro” e, dall’altro, fa appello alle capacità e alle libere scelte di ciascuno, finalizzando entrambi gli aspetti alla costruzione materiale e ideale della collettività.

“Ogni cittadino ha il diritto di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società”. 

La Corte costituzionale, in perfetta linea con questo orientamento, ha rilevato come 

“il diritto al lavoro, riconosciuto ad ogni cittadino, è da considerare quale fondamentale diritto di libertà della persona umana, che si estrinseca nelle scelte e nel modo di esercizio dell’attività lavorativa”.

Lavoro nei Rapporti economici e nei Rapporti politici.

Oltre agli articoli citati, la Costituzione, al Titolo III – Rapporti economici e al Titolo IV – Rapporti politici, tutela il lavoro e i lavoratori prevedendo numerose e importanti disposizioni.

  • L’Articolo 35 “tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni”.
  • L’Articolo 36, dedicato al “salario”, insiste sul diritto alla giusta retribuzione, alle ferie, al riposo e al limite orario della giornata lavorativa.
  • L’Articolo 37 si sofferma sul diritto e la tutela della donna lavoratrice e sul lavoro minorile.
  • L’Articolo 38 dispone il diritto alla previdenza e all’assistenza sociale.
  • L’Articolo 40 sancisce il diritto di sciopero.
  • L’Articolo 46 riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende.
  • L’Articolo 51 (ultimo comma) tutela la conservazione del posto di lavoro per chi è chiamato a svolgere funzioni pubbliche elettive.

Lavoro coatto.

Attività lavorativa obbligatoria, forzata e costrittiva. Il lavoro coatto, inteso come impiego di manodopera straniera nei campi e nelle officine del Terzo Reich, in Italia raggiunse l’apoteosi nei venti mesi di occupazione da parte della Germania nazionalsocialista (settembre 1943 – aprile 1945). Migliaia di lavoratori italiani furono reclutati a forza – con il contributo dei fascisti della Repubblica Sociale Italiana (RSI) – tramite precettazioni, arresti improvvisi, retate urbane o rastrellamenti in seguito ad agitazioni sociali, allo scopo di alimentare e sostenere l’economia di guerra del Terzo Reich.


SCIOPERO
Sciopero (dal latino exoperare = smettere di lavorare).

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È la forma più diffusa attraverso cui si esprime il conflitto sociale organizzato e consiste nell’astensione dal lavoro, più o meno prolungata, di un gruppo di lavoratori per il perseguimento di interessi economici, professionali e politici. Nei paesi con governi democratici la legge lo riconosce come un diritto. 

L’Articolo 40 della Costituzione italiana stabilisce che:

“Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano”.  

In Italia infatti, in età repubblicana, lo sciopero è un diritto costituzionalmente garantito del singolo lavoratore. L’Articolo citato, tuttavia, se enuncia tale diritto in termini di principio, demanda poi al legislatore ordinario il regolamento pratico dello sciopero ossia il compito di fissarne limiti e modalità di esercizio.

Dal 1948, quando entra in vigore la Costituzione, occorre attendere sino al 1990 per avere una normativa in grado di disciplinare lo sciopero onde evitare che tale diritto confligga con altri interessi altrettanto garantiti. La Legge 146/1990 prevede che nei servizi pubblici basilari (quelli destinati a tutelare la vita, la salute, la libertà e la sicurezza, la libertà di circolazione, l’assistenza e la previdenza sociale, l’istruzione e la comunicazione) debbano essere garantite prestazioni minime essenziali. A tale fine, impone ai lavoratori in sciopero un preavviso di almeno 10 giorni dalla prevista astensione e l’applicazione di sanzioni pecuniarie ai dipendenti che, precettati, non riprendano l’attività.  

Tipi di sciopero.

  • Normalmente lo sciopero è sotto il controllo dell’organizzazione sindacale che lo promuove e che ne dà comunicazione con congruo preavviso. 
  • Sciopero selvaggio: lo sciopero viene attuato senza organizzazione e senza preavviso.
  • Sciopero a singhiozzo: i lavoratori durante la giornata sospendono il lavoro a brevi intermittenze.
  • Sciopero a scacchiera: il lavoro non viene sospeso contemporaneamente nello stesso complesso produttivo ma a rotazione, alternando un reparto all’altro.
  • Sciopero bianco: i lavoratori non si astengono dal lavoro ma applicano con estrema scrupolosità e rigidità burocratica i regolamenti contrattuali per rallentare lo svolgimento delle attività sino alla loro paralisi.
  • Sciopero generale: fa leva su rivendicazioni economiche e/o politiche di natura fondamentale e coinvolge nell’astensione dal lavoro i lavorativi di tutti i settori produttivi e, talora, l’intera popolazione. Anche se le motivazioni a tutta prima sono di tipo economico, si può tuttavia ritenere che lo sciopero generale di fatto sia anche e sempre di natura politica in quanto, non chiamando in causa un singolo datore di lavoro ma l’intera classe dirigente, tende ad assumere come controparte addirittura lo stesso governo e l’indirizzo politico dello Stato. 
  • Sciopero insurrezionale: sollevazione generale contro l’autorità costituita e finalizzata alla sua caduta, come lo sciopero generale insurrezionale del 25 aprile 1945 che giunse ad abbattere la RSI (Repubblica Sociale Italiana).

Conquista del diritto di sciopero

Oggi nei paesi democratici lo sciopero è considerato un diritto inalienabile ma non così è stato in passato. 

Nell’Italia post unitaria lo sciopero venne considerato un reato sino al 1889, quando conobbe un primo periodo di tolleranza grazie al nuovo Codice penale introdotto da Zanardelli. Ma la sua applicazione incontrò sovente l’opposizione degli imprenditori, degli agrari e delle stesse forze dell’ordine che repressero con violenza le manifestazioni di protesta dei lavoratori, giudicandole forme di inadempimento contrattuale. Soltanto in età giolittiana, all’inizio del Novecento, la magistratura con opportune sentenze riconobbe tale diritto. Tuttavia, si trattò di una breve parentesi. Infatti, nel primo dopoguerra e, soprattutto, con l’avvento del fascismo le repressioni contro ogni forma di conflitto sociale crebbero di intensità sino a sanzionare lo sciopero come un reato. 

Con la Legge n. 563 del 3 aprile 1926, il regime fascista proibì lo sciopero stabilendo che soltanto i sindacati fascisti, gli unici legalmente riconosciuti, potessero stipulare contratti collettivi di lavoro. 

In seguito, tramite gli articoli dal 502 al 508 del Codice Rocco, introdotto nel 1930 e redatto prevalentemente dal guardasigilli di Mussolini, ogni modalità di lotta sociale (dallo sciopero alla serrata, dal sabotaggio all’occupazione della fabbrica, ecc.) fu sanzionata in quanto assimilata ai “delitti contro l’economia pubblica”. 

Secondo gli articoli 330 e 333 del Codice Rocco l’interruzione di un pubblico servizio o l’abbandono individuale di un pubblico servizio erano vietati penalmente in quanto considerati “delitti contro la Pubblica Amministrazione”. Tali articoli sono stati abrogati dalla L. 146/1990 (Regolamentazione del diritto di sciopero)  e successive modifiche.

Invece gli articoli 502 (divieto di sciopero e serrata per fini contrattuali), 503 (serrata e sciopero per fini non contrattuali) e 504 (coazione alla pubblica autorità mediante serata o sciopero) sono stati dichiarati illegittimi: la Corte Costituzionale infatti ha giudicato totalmente infondato il primo e parzialmente il secondo e il terzo. La stessa Corte ha stabilito inoltre la punibilità degli scioperi solo nel caso in cui essi mirino a “sovvertire l’ordinamento costituzionale ovvero ad impedire od ostacolare il libero esercizio dei poteri legittimi nei quali si esprime la volontà popolare” (sentenze del 27 dicembre 1974, n. 290, e del 2 giugno 1983, n. 165); ha però ammesso lo sciopero come strumento di sensibilizzazione del governo a fronte di urgenze sociali.


Gli storici referenti della ricerca:

Claudio Dellavalle

È il Presidente dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea (Istoreto) ed è stato docente ordinario di Storia contemporanea all’Università di Torino. Dal 2002 al 2012 ha ricoperto la carica di Vice Presidente dell’Istituto Nazionale “Ferruccio Parri” (ex INSMLI). 

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Ha studiato la Resistenza italiana approfondendo il rapporto tra società e guerra di liberazione. Si è inoltre occupato di storia sociale dedicando una vasta produzione scientifica alle componenti sociali dell’industria e alla storia del sindacato e del movimento operaio torinese e biellese. 

Tra le numerose pubblicazioni si segnala Operai, fabbrica, Resistenza. Conflitto e Potere nel Triangolo industriale (1943-1945), volume n. 15 dell’Annale 2015 della Fondazione Giuseppe Di Vittorio curato da Claudio Dellavalle (Roma, Ediesse, 2017) e incentrato sul conflitto sociale negli anni della guerra e della Resistenza.

La pubblicazione è completata dalla Banca dati sugli scioperi degli anni 1943, 1944 e 1945, un progetto realizzato dall’Istoreto, dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, dall’ILSREC “Raimondo Ricci”, dalla Fondazione Istituto per la storia dell’età contemporanea di Sesto San Giovanni e dall’ANPI. La Banca dati presenta la cronologia degli scioperi avvenuti in Liguria, Lombardia e Piemonte e permette di ottenere i dati salienti (indicazioni temporali e geografiche, durata dello sciopero, numero di partecipanti, motivazioni, eventuali arresti e misure repressive, annotazioni varie, riferimenti alle fonti documentarie) di ogni agitazione e protesta operaia (cfr. cronologia scioperi 1943-1945).



Irene GUERRINI e Marco PLUVIANO

Entrambi laureati presso l’Università di Genova con una tesi sulla Prima guerra mondiale (relatore prof. Antonio Gibelli), hanno dedicato il loro lavoro di ricerca alla nascita della società di massa in Italia tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento, approfondendo temi legati all’emigrazione e, soprattutto, alla Grande Guerra e al fascismo. 

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Hanno pubblicato tre libri sulla giustizia militare durante la prima guerra mondiale e hanno partecipato a convegni in Italia e all’estero (Francia, Slovenia, Portogallo, Inghilterra e Russia), pubblicando saggi su riviste e volumi collettanei italiani e stranieri. Nell’ultimo decennio hanno partecipato al gruppo di ricerca nazionale sul lavoro coatto, coordinato dal professor Brunello Mantelli, pubblicando il saggio Aspetti del reclutamento coatto nel Reich a Genova e nella sua provincia 1943-1945, in Brunello Mantelli (a cura di), Tante braccia per il Reich! Il reclutamento di manodopera nell’Italia occupata 1943-1945 per l’economia di guerra della Germania nazionalsocialista, Milano, Mursia, 2019, pp. 467-776. 

Nell’ambito della prosecuzione di tale ricerca, hanno esteso l’indagine alle altre tre province liguri in vista della stesura di un volume sull’invio al lavoro coatto dal complesso della Liguria, e su questo tema hanno pubblicato il saggio Occupazione tedesca e prelievo di manodopera per il Reich dalla Liguria nella rivista dell’ILSREC “Storia e memoria”, n. 2/2020. 

Il sito ISREC ospita una loro intervista concessa in occasione del Primo maggio 2020 (disponibile qui).

È in via di pubblicazione la ricerca storica di I. Guerrini e M. Pluviano intitolata Savona, 1° marzo 1944: lo sciopero promossa e sostenuta dall’Istituto Storico della Resistenza e dell’Età Contemporanea della provincia di Savona.


2 domande a Claudio Dellavalle:

“Quali fili legano Savona al quadro complessivo, nazionale ed internazionale, in cui i lavoratori della nostra provincia si trovano nel marzo 1944?”

Prima domanda a Claudio Dellavalle

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“Che differenza c’è tra l’ondata di proteste avvenuta nei luoghi di lavoro nel marzo 1943 e le agitazioni operaie del marzo del 1944?”

Seconda domanda a Claudio Dellavalle

Che significato assumono gli scioperi diffusi nel Nord-ovest italiano nel triennio 1943-‘45? In particolare, che differenza c’è tra l’ondata di proteste avvenuta nei luoghi di lavoro nel marzo 1943 e le agitazioni operaie del marzo 1944? 

Possiamo fare una comparazione molto rapida ponendoci due domande. La prima riguarda appunto gli scioperi del marzo 1943, a proposito dei quali ci possiamo chiedere: come si siano originati, quali motivazioni abbiano indotto gli operai ad entrare in agitazione e quale sia stato l’esito di questa ondata di conflittualità. La seconda domanda, invece, si focalizza sulle cause degli scioperi del marzo 1944 che, a distanza di un anno, dopo l’occupazione tedesca dell’8 settembre 1943, si susseguono nel Nord-ovest e su cui, per il caso ligure e savonese, si soffermeranno più ampiamente i ricercatori Irene Guerrini e Marco Pluviano. 

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Un primo, e forse superficiale, rimando è che nel marzo del 1943 si è avuto uno sciopero generale che, di per sé, è uno sciopero di tipo politico. In passato si è a lungo discusso sul carattere, la natura e le motivazioni dello sciopero del marzo 1943. Alcuni sostenevano che si fosse trattato soltanto di uno sciopero sindacale, con i lavoratori che manifestavano contro condizioni di vita e di lavoro così basse da indurli a protestare anche nel pieno della guerra per difendere la loro esistenza materiale. Altri ribattevano che, sebbene la questione delle condizioni di vita e di lavoro fosse all’ordine del giorno, siccome le agitazioni avvenivano in contrasto alle regole imposte dal fascismo fin dal 1925 – 1926 con i provvedimenti legislativi denominati “leggi eccezionali” che vietavano ogni forma di agitazione sociale, allora si dovesse più propriamente parlare di sciopero politico. Queste opposte interpretazioni sembrano rimandare ad una considerazione poco significativa, ma in realtà è vero il contrario. Dobbiamo infatti chiederci: di che cosa concretamente dispone un lavoratore per affermare i propri interessi e per difendere la propria condizione di vita? Opporsi, dire no ai datori di lavoro non è mai cosa facile; a maggior ragione non lo è quando si vive in un regime autoritario e oppressivo, perché lo stato può intervenire contro chi protesta non solo con l’arresto o la razzia ma anche con punizioni estreme. Dunque, che nel marzo 1943, sotto il regime fascista e in tempo di guerra, ci sia stata una manifestazione di questo tipo è segno di una evidente novità. In guerra, talvolta anche sotto governi democratici, si danno leggi eccezionali e chi sciopera può essere accusato di tradire la patria. Ma il tradimento della patria può avere come conseguenza l’esecuzione capitale. Allora, per capire la natura degli scioperi del marzo 1943, non bisogna caricarli di troppi significati; nel senso che bisogna andare a vedere come si sono svolti, come mai i lavoratori, pur in condizioni così difficili ed estreme, abbiamo potuto arrivare a interrompere il lavoro. Qui l’elemento della condizione di vita e di lavoro è indubbiamente fondamentale. Il regime fascista, che il 10 giugno del 1940 ha dichiarato l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale a fianco della Germania di Hitler, da subito si è preoccupato di garantire ai lavoratori, e soprattutto a quelli dell’industria di guerra – ossia del settore decisivo per sostenere e vincere un conflitto moderno -, gli elementi di vita fondamentali. Pertanto ha definito le quantità di viveri che potevano essere distribuite alla popolazione e, nello specifico, ai lavoratori ai quali venivano assicurate quantità di alimenti superiori rispetto ad altre categorie, specie se svolgevano lavori pesanti, riconoscendone in tal modo l’importanza per tenere in piedi le fabbriche in grado di produrre per la guerra. Dunque, anche nella logica del fascismo, e soprattutto in questo particolare contesto bellico, il lavoro è stato “reinterpretato”. Il regime lo considerava infatti un fattore indispensabile per vincere la guerra, tant’è vero che i fascisti spesso parlavano del fronte del lavoro come di un secondo fronte della guerra, e i lavoratori erano paragonati ai militari. Questo è il quadro di cui tener conto per capire i caratteri delle agitazioni di cui parliamo, che riguardano prima le fabbriche del torinese, qualche settimana dopo quelle del milanese e, nella fase finale, le fabbriche del biellese. 

Da questa ondata di agitazioni, però, è assente la Liguria. Perché? Possiamo rispondere con queste considerazioni. Gli scioperi del marzo ‘43 hanno un avvio in prevalenza spontaneo ma trovano in seguito prime forme di coordinamento per iniziativa dei non molti militanti antifascisti che operano nelle fabbriche, i quali interpretano le agitazioni degli operai come atti di ribellione nei confronti del regime fascista. Non si può sostenere che i militanti comunisti di allora fossero stati in grado di innescare e sostenere lo sciopero ma ebbero comunque un’importanza notevole per aver fatto circolare la notizia dello sciopero. Ora, siccome gran parte del mondo del lavoro vive in condizioni di precarietà, il fatto di sapere che altri compagni hanno scioperato per ottenere dei vantaggi economici è uno stimolo per unirsi al movimento e partecipare alle agitazioni. Ecco, questo avviene soprattutto nelle 3 aree che ho indicato: torinese, milanese e biellese. In Liguria invece si dà una situazione particolare: la presenza di una militanza – per così dire – antifascista, è molto ridotta specie per difficoltà interne dovute anche all’arresto di molti suoi rappresentanti; quindi non c’è il modo di poter far circolare l’informazione dello sciopero. Questo è il punto. Gli scioperi hanno pertanto un andamento molto differenziato. A volte si concretizzano in brevi interruzioni dal lavoro, a volte durano più a lungo e, in alcuni casi, vedono anche la partecipazione dell’elemento femminile. Ho studiato gli scioperi del biellese in cui la presenza femminile è fondamentale. Nelle fabbriche tessili, infatti, le donne che lavorano sono la maggioranza, e sono molto determinate alla lotta perché conoscono bene quali sono le condizioni di vita prevalenti, sanno che il più delle volte è ben difficile mettere insieme il pranzo con la cena e che la fame è un’esperienza quotidiana. 

Riassumendo, le dinamiche di sviluppo dello sciopero sono assai diversificate e questo carattere differenzia gli scioperi del marzo 1943 dallo sciopero del marzo ‘44, che invece si caratterizza per essere molto più strutturato e definito anche nei suoi obiettivi. Il quadro muta perché, nella fase dell’occupazione tedesca tra la fine del ‘43 e l’inizio del ‘44, le prime organizzazioni clandestine hanno avuto modo di organizzarsi tramite strutture politiche confluenti nel Comitato di Liberazione Nazionale; ed anche nelle fabbriche, nei limiti del possibile, si sono diffuse organizzazioni operaie meglio strutturate: insomma, nei maggiori luoghi di lavoro c’è una presenza ben organizzata, e quando c’è l’organizzazione allora scatta subito un diverso livello di capacità operativa. Per di più siamo in una fase in cui bisogna in qualche modo decidere da che parte si sta. Perché gli occupanti, dopo le fasi iniziali, hanno fatto capire evidentemente quali sono le loro intenzioni. È vero che, dopo l’8 settembre ’43, i tedeschi hanno riconosciuto la Repubblica Sociale Italiana, la “Repubblica di Mussolini”, come un alleato ma, in realtà, il neonato stato fascista è un alleato che viene tenuto in pochissimo conto mentre prevalgono nettamente gli interessi del Reich. Nella sostanza, prima viene l’economia tedesca e poi viene tutto il resto. Per questo gli occupanti impongono regole molto dure all’interno delle fabbriche. Dopo un iniziale un tentativo di accordo, in cui nelle contrattazioni si sostituiscono addirittura ai sindacati fascisti, in seguito, siccome neppure loro riescono a rifornire adeguatamente di risorse alimentari il loro alleato, allora imprimono una svolta. Ridimensionano l’approvvigionamento alimentare nella RSI mentre, nel Reich, si sforzano di garantire ai loro lavoratori livelli notevoli di derrate alimentari. Hitler infatti sa bene che se la protesta insorgesse nelle fabbriche tedesche, tutto il suo sistema entrerebbe immediatamente in difficoltà; pertanto fa in modo che questo non avvenga. In Italia non è così e noi possiamo grossomodo valutare che una dieta di un operaio o di un’operaia vale meno della metà di quella prevista per un operaio o un’operaia tedesca. Ma questa differenza alla lunga diventa davvero pesante. Quindi si combinano due fattori fondamentali delle lotte operaie nel marzo 1944: da una parte c’è la difesa della condizione di vita dei lavoratori e della popolazione; dall’altra c’è l’elemento del coordinamento politico, che nella primavera del 1944, è più efficace e pronto di quanto fosse in passato.

In sintesi, mentre gli scioperi del ‘43 non hanno fatto cadere direttamente Mussolini ma sono stati un campanello di allarme che ha preparato, in qualche modo, la strada alla caduta del fascismo, già in crisi per gli insuccessi bellici, gli scioperi del ‘44 danno invece un segnale politico molto forte, che i nazisti non possono accettare. Infatti, se i tedeschi rivelassero debolezze nel reprimere le agitazioni, evidentemente rischierebbero di aprire un’enorme, irreversibile falla nel controllo che esercitano sul territorio italiano. Per questo gli occupanti usano il pugno di ferro contro i lavoratori che manifestano: intervengono duramente, li arrestano, li deportano, costringendoli al lavoro coatto, come schiavi. Questa differenza è importante e Savona, che vive l’esperienza politico-sociale dello sciopero del 1º marzo 1944, paga un prezzo davvero elevato. 


4 domande a Irene Guerrini e Marco Pluviano:

“E’ possibile configurare un quadro sinottico degli scioperi avvenuti in Liguria nel triennio 1943-’45?”

Prima domanda a Irene Guerrini

Dagli scenari europei e mondiali, torniamo a guardare alla conflittualità sociale nella Liguria durante il triennio 1943-45. È possibile configurare un quadro sinottico degli scioperi avvenuti in Liguria nel triennio 1943-’45, caratterizzandone l’andamento nelle quattro province?

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Premessa

  1. Tra le banche dati messe a disposizione dagli istituti per la storia della Resistenza, si rivela uno strumento prezioso la BANCA DATI SUGLI SCIOPERI DEGLI ANNI 1943-1944-1945, un progetto dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “G. Agosti”, dell’ANPI nazionale e della Fondazione Di Vittorio
  2. La conflittualità sociale non si esprime solo con le azioni di sciopero. Per esempio, allo stato attuale delle ricerche non si registrano scioperi nella provincia di Imperia ma questo non significa che non siano state fatte azioni interne alle fabbriche. Questa si esprime attraverso molti piccoli atti (volantini, graffiti e scritte, ecc.) che però preoccupano molto la RSI – come avveniva peraltro nel periodo precedente -, che ne fa un monitoraggio attento e occhiuto, cosa evidente nelle carte di prefettura
  3. Specificità Liguria. Il comparto industriale della regione riveste grande importanza per l’economia di guerra tedesca: acciaierie, cantieri navali, settore armiero, ecc. Da qui l’alto numero di stabilimenti definiti “protetti”, cioè che devono produrre in Italia a favore dell’Alleato.
  4. Scioperare era un atto di grande coraggio, in un regime autoritario, in tempo di guerra e con i nazisti in casa

1943.

La Liguria manca sostanzialmente all’ondata di scioperi del marzo 1943 che investono il resto del triangolo industriale. L’unica eccezione significativa è data dalla manifattura tabacchi di Genova, le cui operaie si dimostrano particolarmente combattive e si astengono dal lavoro dal 26 al 30 marzo per rivendicare un aumento dei salari: 7 operaie vengono arrestate. 

Il 23 marzo si ha uno sciopero anche alla Brown Boveri di Vado Ligure.

Si verificano poi brevi scioperi in alcune fabbriche tra il 25 luglio e l’8 settembre a SV, Vado, Varazze (Baglietto), Genova e La Spezia, quasi sempre in relazione all’allontanamento di operai e dirigenti fascisti.

Nel trimestre da Novembre 1943 a gennaio 1944 nelle fabbriche c’è molto movimento.

Genova si muove per prima. Il 19 e il 24 entrano in sciopero i principali stabilimenti cittadini per chiedere l’aumento dei salari. Ci sono incontri in prefettura e l’aumento viene concesso. 

A dicembre, alla mobilitazione dei lavoratori genovesi, si uniscono Savona e Vado, Varazze e la Val Bormida. È un grande movimento rivendicativo di tipo prevalentemente economico per l’aumento dei salari, il miglioramento delle razioni alimentari e delle condizioni di vita che parte dal Piemonte e dalla Lombardia per investire in pieno parte della Liguria.

Gli scioperi sono imponenti, si estendono per più giornate, fabbrica per fabbrica, per raggiungere il culmine dal 17 al 20 a Genova, dove lo sciopero è generale, coinvolgendo decine di migliaia di lavoratori, e il 20 e 21 nel savonese, dove si registrano almeno 12.000 aderenti.

I tedeschi tolgono la gestione delle rivendicazioni dalle mani della RSI e fanno intervenire il generale delle SS Paul Zimmermann, che accoglie la maggior parte delle richieste, anche se poi dovranno essere le aziende ad erogare le maggiorazioni. 

Dato che gli aumenti tardano ad arrivare, a metà gennaio 1944 si ha un nuovo sciopero generale a Genova per chiedere, oltre al pagamento degli arretrati, l’aumento dei generi razionati; ma le cose vanno molto diversamente. Questa volta le autorità naziste e repubblicane intervengono duramente con la serrata degli stabilimenti e l’arresto mirato di dirigenti sindacali e politici nelle loro case o con retate nei quartieri operai.

Molti fermati saranno inviati al lavoro coatto nel Reich e 42 antifascisti, tra gli arrestati in quei giorni o già in prigione da qualche tempo, sono caricati su un treno e spediti a Dachau. Si tratta della prima deportazione politica nella nostra regione in un campo di concentramento. La prima di molte…

Anche a Spezia, nel mese di gennaio 1944, iniziano le agitazioni nella fabbrica OTO Melara (armi), forse la più combattiva e la più importante per le esigenze tedesche.

Febbraio 1944 potrebbe essere considerato un mese tranquillo, a parte gli scioperi alla Scarpa & Magnano di Savona e alla San Giorgio di Genova che si concludono senza risultati e con diversi arresti.

Ma febbraio è il mese in cui il CLN e le sue articolazioni locali e il Comitato segreto di agitazione preparano il grande sciopero generale del Primo marzo con una capillare opera di propaganda

1° marzo 1944: scioperano nel Savonese e a Spezia

Genova: poche adesioni (trauma scioperi gennaio e difficoltà interne alla dirigenza antifascista): le acciaierie Bruzzo e alcuni reparti delle fabbriche del gruppo Ansaldo e qualche impianto della Riviera. 

La ripresa forte degli scioperi ci sarà a giugno, dal 1° al 10, e si concluderà con la grande razzia nelle fabbriche del 16, con 1448 lavoratori inviati al lavoro nel Reich

La Spezia: lo sciopero ottiene un grande successo e prosegue in alcune fabbriche fino al giorno 3 marzo, nonostante gli sforzi del Capo della Provincia. L’esito è dato da arresti nelle abitazioni (non in fabbrica) e invio a Mauthausen di 8 sindacalisti e di altri al lavoro coatto in Germania.

La batosta e la crisi delle principali fabbriche, che portano a imponenti licenziamenti (bombardamenti, mancanza di materie prime, asportazioni di beni che prendono la via del Brennero), fanno sì che nei mesi seguenti l’attività antifascista prenda strade diverse dallo sciopero

Savona: lo sciopero ha un grande successo ma la reazione durissima nazifascista fa sì che per diversi mesi la pace regni – apparante – nelle fabbriche. Le agitazioni riprenderanno nel tardo autunno.


“Puoi fornire una valutazione della conflittualità sociale nell’area savonese tra il 1943 e il 1945?”

Prima domanda a Marco Pluviano

Puoi fornire una valutazione della conflittualità sociale nell’area savonese tra il 1943-45?

Quando si parla della conflittualità sociale nel savonese occorre innanzitutto precisare che non è limitata al solo capoluogo, peraltro molto industrializzato, per la semplice ragione che le attività industriali sono diffuse su tutto il territorio della provincia: Altare e la Val Bormida, Finale, Vado, Varazze, Pietra ligure, con stabilimenti anche di grandi dimensioni, abbinata però ad un tessuto di attività agricole di carattere spesso arretrato.

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L’andamento della conflittualità, come ha detto Irene, non si limita agli scioperi ma si estende a tutta una serie di azioni e comportamenti finora poco studiati, che trovano origine già prima del conflitto (si veda ad esempio il testo appena uscito di A. Corsiglia, Come si costruisce una dittatura, Genova, il melangolo, 2020 ) e si diffondono poi nei primi tre anni di guerra, e sempre più importante diventa il rifiuto del lavoro volontario in Germania, che il regime aveva implementato a partire dal 1938.

Nel savonese, come ovunque, la conflittualità ha due modalità: economica e politica. Possiamo immaginarle come due curve, che raramente si sovrappongono e in genere si alternano, ma non dobbiamo mai dimenticare che scioperare, anche se per richieste economiche, era una sfida politica senza pari rivolta al regime fascista, e rappresentava una denuncia del fallimento dell’organizzazione della società in guerra.

Partiamo dallo sciopero del marzo 1943. A Savona e provincia ebbe uno scarso risultato, limitandosi sostanzialmente alla Brown Boveri di Vado. Le richieste furono di tipo economico (aumenti, migliori approvvigionamenti).

Si passa poi a richieste di tipo politico a partire dal 25 luglio 1943 e per tutti i 45 giorni badogliani.

Dopo l’Armistizio, l’occupazione tedesca e la costituzione della RSI, si torna ad una conflittualità di tipo economico, con il grande sciopero della settimana precedente il Natale 1943; si chiedono: aumenti salariali e migliori approvvigionamenti. Le richieste ottengono un riconoscimento perlomeno formale, in seguito però in parte disatteso. Emerge comunque una rivendicazione di tipo politico: il rifiuto del lavoro in Germania, con lo slogan “Né un uomo, né una macchina per la Germania”. Savona, infatti, sperimenta prima delle altre aree liguri le carenze di rifornimenti di materie prime ed energia che portano a sospensioni della produzione e a minacce di chiusura di stabilimenti, e di trasferimento degli stessi e della forza lavoro nel Reich.

Arriviamo allo sciopero del 1° marzo, che assume caratteristiche prettamente politiche: pace, lotta all’occupazione tedesca, rifiuto del lavoro in Germania e dell’asportazione di impianti e materiali da inviare nel Reich. La conflittualità economica resta sullo sfondo, mentre quella politica non trova uno sbocco univoco. Infatti, una parte della Resistenza e degli stessi lavoratori lo considera già come l’inizio dell’insurrezione (sciopero insurrezionale, abbinato ad un’offensiva partigiana e a uno sbarco degli Alleati – ipotesi peraltro impraticabili in quella fase), mentre il CLN, la maggioranza del PCI e il Comitato segreto sindacale lo considera un momento preparatoria per l’insurrezione, per la quale non sono ancora maturi i tempi.

Lo sciopero viene duramente represso e non ottiene risultati tangibili, ma dà alla classe lavoratrice savonese la prova delle proprie capacità di lotta in condizioni estremamente difficili, e rompe ogni illusione sulla possibilità di un dialogo con i nazifascisti. 

La durissima repressione di inizio marzo causa una battuta d’arresto per le forme più aperte di espressione della conflittualità, che entra in una sorta di fase sotterranea, pur in presenza di un’azione eclatante quale l’esposizione delle bandiere rosse sulle ciminiere degli stabilimenti il 1° maggio. E questa fase “silente” durerà per tutta l’estate, per poi vedere la ripresa di una conflittualità economica in autunno, con l’eccezione della giornata del 7 novembre 1944, che vede gli operai dell’ILVA commemorare la rivoluzione bolscevica, i caduti della lotta antifascista e quelli dell’Armata Rossa sovietica.

Nel complesso osserviamo una conflittualità che si muove su due binari, coinvolgendo il complesso della forza lavoro di fabbrica, unificando i “vecchi” operai e i giovani entrati in fabbrica durante la guerra e dando così il segnale della parziale rottura delle vecchie gerarchie interne al mondo operaio, che si svilupperà poi nel dopoguerra, estendendosi ai quartieri e a chi li abita, donne e anziani compresi.


“Quale fu la dinamica dello sciopero del 1° marzo 1944 a Savona? Che reazioni misero in campo le autorità della RSI e tedesche?”

Seconda domanda a Irene Guerrini

Eccoci entrati nel merito dello sciopero del 1º marzo 1944 a Savona: puoi ricostruire la dinamica dell’evento, le sue dimensioni e il tipo di coinvolgimento dei lavoratori? Quale fu la reazione delle autorità della RSI e tedesche?

Lo sciopero del 1° marzo 1944 ha grande successo a Savona, Vado, in Val Bormida, a Finale e coinvolge tutte le principali fabbriche, ad eccezione della Scarpa & Magnano che aveva scioperato con esisti disastrosi nel febbraio dello stresso anno.

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È preparato da gennaio con grande impegno dal CLN e dal PCI, ad opera soprattutto di Giancarlo Pajetta.

Dalle testimonianze di cui disponiamo, risulta che i lavoratori sono preparati all’evento.

Ma anche per le autorità naziste e fasciste non è una sorpresa, per cui possono prendere contromisure adeguate. Ad esempio, fanno affluire per tempo 300 bersaglieri e preparano le squadre che dovranno intervenire nei luoghi di lavoro: agenti di PS, militi della GNR, militari, camice nere e tedeschi

È uno sciopero bianco, cioè i lavoratori entrano in fabbrica e, dalle 9 o dalle 10, a seconda degli impianti, smettono di lavorare e restano accanto alle macchine a braccia conserte. Praticamente sono coinvolti quasi tutti i reparti e spesso sono i giovani apprendisti a diffondere i volantini.

Lo sciopero ha durata variabile a seconda della tempestività e durezza dell’intervento repressivo. Nelle principali fabbriche di Savona e Vado i fascisti intervengono a cavallo della mensa, mentre in alcune altre fabbriche di Savona, Vado e soprattutto a Finale lo sciopero dura l’intera giornata

A questa data, il numero degli operai attivi nella provincia è in diminuzione rispetto ai 49.000 stimati a novembre 1943 ma possiamo ritenere che si aggiri intorno alle 40.000 unità. Il numero degli scioperanti non è definito, anche per la difficoltà di contare gli aderenti a uno sciopero bianco. Le autorità parlano di oltre 5.300 scioperanti ma il numero è sicuramente ben più alto.

Il capo della provincia Mirabelli, nel riepilogo delle adesioni nelle aziende interessate dallo sciopero, non cita le realtà industriali nelle quali invece lo sciopero ebbe luogo. Quindi tace a proposito delle fabbriche della Val Bormida e delle vetrerie di Altare, non nomina i Cantieri Baglietto e il Cotonificio di Varazze e neppure il numero degli scioperanti alla Scuffi e alle Distillerie italiane di Savona, dove pure furono effettuati arresti.

Al di là delle cifre, l’agitazione paralizza i principali stabilimenti della provincia nei più diversi settori produttivi: ILVA di Savona e Vado, Brown Boveri, Piaggio di Finale e il complesso degli stabilimenti che si occupavano della raffinazione degli idrocarburi e della lavorazione del carbone (come ad esempio Petrolea, Fornicoke, Carbonifera) e la maggioranza delle imprese medio grandi: SAMR, Servettaz & Basevi, Distillerie italiane, SIAP Italo americana, Azogeno, SAMS, Monteponi e altre come la Stefano Viani, le Seterie Savonesi, la Lito latta di Zinola, e così via.

Come accennato la reazione fu pronta e durissima e portò a centinaia di arresti direttamente in fabbrica, prevalentemente ad opera delle forze di Salò. 

Ad esempio, alla SAMR fece irruzione una squadra proveniente da Savona al comando del vicecommissario di PS Francesco Ubaldo Cartia che fermò 23 operai, nove dei quali finirono a Mauthausen e sette di loro non tornarono, mentre i restanti quattordici furono avviati al lavoro coatto.

Alla Brown Boveri di Vado due reparti della GNR e un gruppo di bersaglieri fecero irruzione mentre gli operai erano riuniti in assemblea e li dispersero arrestando alcuni di essi.

I tedeschi ebbero funzioni di fiancheggiamento dove pensavano potesse verificarsi una resistenza organizzata se non addirittura armata.

La tempestività della reazione nazifascista stroncò lo sciopero tra l’intervallo di mensa e la fine del turno.

Emblematico è l’episodio di Pietra Ligure laddove, secondo lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, 1.500 lavoratori di due stabilimenti entrarono in sciopero a mezzogiorno. Alla notizia degli arresti avvenuti a Savona, però, dopo poco ripresero gradualmente il lavoro.

Altri arresti mirati furono effettuati fino al 3 marzo, mentre in Val Bormida e a Finale avvennero tutti fuori dalla fabbrica, in casa, per strada, ecc.

Alla sera del 3 marzo si contano circa 300 arresti.


“Che esito ebbe lo sciopero savonese?”

Seconda domanda a Marco Pluviano

Che esito ebbe lo sciopero savonese del 1º marzo 1944? Penso in particolare alla destinazione dei lavoratori razziati, al loro numero e ai loro destini.

Per formulare questa risposta devo inevitabilmente fare riferimento alla ricerca nazionale sul lavoro coatto degli italiani in Germania che, coordinata dal professor Brunello Mantelli, è iniziata nel 2007 e ha dato luogo alla pubblicazione, a gennaio 2019, dell’opera in due volumi Tante braccia per il reich (Milano, Mursia), e che sta continuando ancora oggi con approfondimenti su nuove aree territoriali e su nuovi argomenti. La ricerca è stata finanziata dalla Fondazione Memoria della Deportazione dell’ANED e dalla ANRP, e continua ad essere finanziata dalla stessa ANRP e dalla Fondazione memoria per il futuro, con il fondamentale contributo del Ministero degli affari esteri della Repubblica federale tedesca.

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Lo sciopero a Savona ha un esito unico in ambito ligure, ben diverso da quello genovese, dove per altro lo sciopero ebbe un risultato decisamente deludente, da quello delle aree della provincia genovese, dove invece riuscì (soprattutto Sestri levante e Sori), e da La Spezia dove ottenne un successo davvero notevole. A Genova e a La Spezia furono effettuati un certo numero di arresti e inviate alcune decine di lavoratori in KL e al lavoro coatto, ma il tutto si limitò alle tradizionali modalità repressive che colpivano più il gruppo degli effettivi promotori dell’agitazione che gli aderenti.

Per quanto riguarda Savona, la repressione fu molto più dura. I numeri non sono precisi, sia per quanto riguarda l’adesione (per le ragioni che ha spiegato Irene e perché la burocrazia di Salò aveva tutto l’interesse a sottostimarne il successo che ne condannava l’operato) sia per quanto riguarda l’esito della repressione. La valutazione ufficiale parla di 160 arresti, con una suddivisione non ben quantificata tra chi fu inviato in KL e chi al lavoro coatto. Nel corso delle nostre ricerche siamo arrivati a stimare in 67 gli inviati in KL, accettando quanto indicato a suo tempo nel testo Savona insorge di Badarello e De Vincenzi (Savona, Edizioni Ars graphica, 1978, p. 89), e in 100 – 110 gli inviati al lavoro coatto. Gli inviati in campo di concentramento finirono tutti a Mauthausen e nei suoi sottocampi (Gusen 1, Gusen 2, Melk ed Ebensee), mentre la stragrande maggioranza degli inviati al lavoro coatto finirono nel grande complesso a ciclo integrato di Salzgitter, in Sassonia.

Gli arresti e il trasporto a Genova, dove fu effettuata la selezione, furono a carico della RSI, mentre la selezione vera e propria e il trasporto in Germania vennero gestite dai tedeschi.

I deportati in campo di concentramento ebbero un tasso di mortalità altissimo, ad oggi stimiamo che su 67 ne siano tornati solamente8, mentre chi andò al lavoro coatto sperimentò condizioni di vita e lavoro durissime ma un tasso di mortalità molto più basso. Occorre però dire che al rientro in Italia molti di loro erano ammalati (tubercolosi, malattie gastrointestinali) e la maggior parte malnutriti e gravemente sotto peso. 

Una parte degli arrestati fu rilasciata o riuscì a fuggire già a Savona, prima della partenza per Genova, e alcuni furono trattenuti in ospedale o in carcere nel capoluogo regionale, e quindi riuscirono ad evitare la partenza per il Reich.

La maggior parte degli arrestati proveniva dall’ILVA, che era anche la fabbrica più grande e più combattiva, ma quasi tutti gli stabilimenti della città e della provincia diedero il loro, tragico, contributo.


Antologia di testi

  • CREMIEUX Anna, Gli scioperi del 21 dicembre 1943 e dell’1 marzo 1944, “Quaderni Savonesi”, n. 12, maggio 2009, pp. 101-107
    [clicca qui per scaricare il file].



  • Convegno sugli scioperi del marzo 1944. Relazione del prof. Claudio Dellavalle, “Quaderni Savonesi”, n. 40, maggio 2015, pp. 9-14 [clicca qui per scaricare il file] 



  • Convegno sugli scioperi del marzo 1944. Relazione del prof. Edmondo Montali, “Quaderni Savonesi”, n. 40, maggio 2015, pp. 14-23 [clicca qui per scaricare il file] 



  • Convegno sugli scioperi del marzo 1944. Relazione del prof. Carlo Smuraglia, “Quaderni Savonesi”, n. 40, maggio 2015, pp. 23-31
    [clicca qui per scaricare il file] 



  • GUERRINI Irene, PLUVIANO Marco, Occupazione tedesca e prelievo di manodopera per il Reich dalla Liguria, “Storia e Memoria”, n. 2, 2020, pp. 119-135 e pp. 161-174 [clicca qui per scaricare il file]



Bibliografia e sitografia essenziali

Bibliografia

  • AA.VV., Savona in guerra. Militari e vittime della provincia di Savona caduti durante il secondo conflitto mondiale, Savona, Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea della provincia di Savona, 2013
  • AMICO Giorgio, Operai e comunisti. La Resistenza a Savona (1943-1945), Paderno Dugnano, Giovane talpa, 2004
  • BADARELLO Rodolfo, De VINCENZI Enrico, Savona insorge. Fatti, cronache, avvenimenti, lotta partigiana nel savonese dal 1921 al 1945, Savona, Edizioni Ars graphica, 1978
  • Convegno sugli scioperi del marzo 1944, “Quaderni Savonesi”, n. 40, maggio 2015, pp. 9-31
  • CREMIEUX Anna, Gli scioperi del 21 dicembre 1943 e dell’1 marzo 1944, “Quaderni Savonesi”, n. 12, maggio 2009, pp. 101-107
  • DEL GAUDIO Michele, A colloquio con la Costituzione, Torino, SEI, 1995
  • Dizionario di politica, a cura di N. Bobbio, N. Matteucci e G. Pasquino, Milano, Tea, 1990
  • Enciclopedia dell’Economia, Milano, Garzanti, 2001
  • GALANTE GARRONE Alessandro, Diritto & Economia. Il giusto e l’utile, Torino, Loescher Editore, 1995
  • GIMELLI Giorgio, La Resistenza in Liguria. Cronache militari e documenti, a cura di Franco Gimelli, 2 vv., Roma, Carocci, 2005
  • GUERRINI Irene, PLUVIANO Marco, Occupazione tedesca e prelievo di manodopera per il Reich dalla Liguria, “Storia e Memoria”, n. 2, 2020, pp. 119-190
  • Il nuovo dizionario del cittadino, Milano, Bruno Mondadori, 2002
  • Lavorare per il Reich. Fonti archivistiche per lo studio del prelievo di manodopera per la Germania durante la Repubblica Sociale Italiana, a cura di Giovanna D’Amico, Irene Guerrini, Brunello Mantelli,Aprilia (LT), Novalogos, 2020.
  • MALANDRA Guido, I caduti savonesi per la lotta di Liberazione, Savona, ANPI, 2004
  • MARCHESE R., MANCINI B, GRECO D., ASSINI L., Stato e società. Dizionario di educazione civica, Firenze, La Nuova Italia, 1998
  • ONIDA Valerio, La Costituzione, Bologna, il Mulino, 2004
  • Operai, fabbrica, Resistenza. Conflitto e Potere nel Triangolo industriale (1943-1945), a cura di Claudio Dellavalle, Roma, Ediesse, 2017 (volume n. 15 dell’Annale 2015 della Fondazione Giuseppe Di Vittorio)
  • Tante braccia per il Reich! Il reclutamento di manodopera nell’Italia occupata 1943-1945 per l’economia di guerra della Germania nazionalsocialista, a cura di Brunello Mantelli, Milano, Mursia, 2019

Dal Sito ISREC


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