gennaio
1944 che confiscava agli ebrei ogni minimo mezzo di sostentamento
(compresi gli indumenti personali e le suppellettili domestiche).
Con l’emanazione di queste norme, l’intero apparato
istituzionale della Rsi finì per contribuire, in misura
consistente, alla Shoah italiana: sia attivando numerosi campi
di concentramento territoriale,
sia ricercando, arrestando, internando e, alla fine, consegnando
ai tedeschi per le deportazione, un grande numero di ebrei italiani
e stranieri.
Né le dimensioni della collaborazione italiana diminuirono
quando, con la sostituzione di Dannecker con Frederich Bosshammer
(gennaio 1944), le autorità naziste assunsero un più
sistematico controllo sulle diverse fasi delle operazioni antiebraiche
in Italia (arresto, raccolta in campi di transito, organizzazione
dei convogli ferroviari )(43).
Nei mesi successivi, molti italiani avrebbero continuato a partecipare
alla “Soluzione finale”, mossi da zelante “spirito
di servizio”, servilismo verso i tedeschi, fanatismo razzista
– o anche, spesso, da semplice avidità- : ministri,
burocrati, alti funzionari dello Stato; agenti della polizia o
della Guardia nazionale repubblicana; militi dei tenti “reparti
speciali” e delle mille bande personali che pullularono
sotto Salò; profittatori, carrieristi, delatori, “cacciatori
di taglie”(44) .
Un ruolo nevralgico rivelato dalla stessa forza dei numeri: su
un totale di 7.013 arresti eseguiti in Italia, infatti, 1898 furono
effettuati in forma autonoma dalle autorità di polizia
italiane furono (altri 312 si svolsero congiuntamente ai nazisti,
mentre più di 2000 restano senza precisa attribuzione (45)).
Certo, questi comportamenti coinvolsero solo una minoranza degli
italiani, mentre, negli stessi anni, diversa fu la scelta di quanti
aderirono alla Resistenza(46) o si impegnarono a offrire, spesso
a rischio della vita , soccorso, sostegno, protezione, agli ebrei
e a tutti i perseguitati (negli apparati dello Stato, nelle istituzioni
ecclesiastiche, fra la gente comune).
Resta, comunque il fatto che, nel 1943-1945, mentre anche in Italia
si consumava la Shoah, la maggioranza della popolazione - terrorizzata,
preoccupata o indifferente- preferì restare spettatrice(47)
.
Anche da tali considerazioni esce notevolmente ridimensionata
l’immagine che certa retorica nazionale ha amato offrire
degli italiani, quella cioè di un popolo di “brava
gente”, ricco delle profonde e semplici virtù della
tolleranza e della gentilezza umana, per natura alieno dalla violenza
e dalla brutalità.Uno stereotipo figlio non solo di pigrizia
intellettuale, ma , con tutta evidenza, anche di una difficoltà
a fare i conti con il proprio passato, se è vero che l’indistinta,
vaga nozione di “bontà” italiana “ ha
consentito alla nostra memoria storica”..... di rimuovere
la propria cattiva coscienza sui misfatti del fascismo, sulla
persecuzione antiebraica, sulla corresponsabilità nelle
guerre di aggressione, tutte questioni imputabili, in una coscienza
collettiva distratta, a una parentesi della nostra storia nazionale,
ad un contesto ad essa estraneo” (48).
Angelo Maneschi
(coordinatore Progetto Storia del ‘900 del Liceo “Grassi”).
(43)Fu in quel periodo, infatti, che Bosshammer individuò
il campo di Fossoli come luogo di transito e raccolta per i prigionieri
politici e per gli ebrei destinati alla deportazione (la posizione
geografica, tra l’altro, rendeva la località un comodo
nodo ferroviario sulla linea Verona-Brennero). Alla direzione
italiana finì così per affiancarsi e,di fatto, per
sostituirsi quella tedesca, che trasformò il Campo Nuovo
di Fossoli nel punto di partenza dei convogli diretti dall’Italia
verso i lager nazisti (in tutto, i deportati politici e razziali
furono circa 5000). Altri campi di transito furono quello di Borgo
San Dalmazzo, Bolzano- Gries e della Risiera di San Sabba presso
Trieste.
(44)“Cinquemila lire per un uomo, dalle due alle tremila
lire per una donna o un bambino; per la consegna di un rabbino
o di un dirigente della comunità ebraica si potevano guadagnare
decine di migliaia di lire. I denunziatori avrebbero intascato
la ricompensa con garanzia di anonimato” (M. Franzinelli,
Delatori, cit., p.163). Sulle figure del collaborazionismo “militante”,
cfr.L. Ganapini, Repubblica camice nere, cit.; D. Ghigliani, Brigate
nere, Bollati Boringhieri, Torino 1999; M. Griner, La “Banda
Koch”. Il reparto speciale di polizia. 1943-1944, Bollati
Boringhieri, Torino 2000.
(45)L.Picciotto Fargion, Libro memoria, cit.
(46)C. Pavone, Una guerra civile. Saggio sulla moralità
nella resistenza, Bollati Boringhieri, Torino 1991.
(47)S.Zuccotti,L’Olocausto in Italia, trad.it.,Milano,Mondadori,1988.
(48)L.Picciotto Fargion, Ign. dest., cit., p 169.