è
vero- pogrom su vasta scala o episodi di violenza organizzata
come la “Notte dei cristalli” in Germania (anche se
si devono ricordare le violente azioni squadristiche dell’autunno
1941 contro le sinagoghe e le sedi ebraiche di Ferrara, Torino,
Casale Monferrato, Trieste). Non di meno, gli effetti della leggi
razziali sugli ebrei italiani furono molto pesanti, sul piano
economico, sociale, psicologico, demografico . Tra il 1938 e il
1940, infatti, l’8% degli ebrei di cittadinanza italiana
- e la metà circa di quelli stranieri- presero la via dell’emigrazione;
5600 studenti, 100 direttori didattici e maestri, 279 presidi
e professori, furono espulsi dalle scuole del Regno; 96 professori
universitari e 113 aiuti e assistenti abbandonarono il loro incarico.
Negli stessi anni, diminuirono i matrimoni fra ebrei e, ancora
più drasticamente, le nascite (mentre i casi di suicidio
registrati furono più di 30). Gli iscritti alle comunità
ebraiche -che ammontavano a 45.000 nel 1938- scesero a 33.000
nel 1941(29) .
Non solo. Il 9 febbraio 1940 Mussolini fece comunicare ai dirigenti
dell’UCII che tutti gli ebrei italiani, in un lasso di tempo
che andava dai cinque ai dieci anni, avrebbero dovuto lasciare
in via definitiva la Penisola. Dopo aver realizzato – con
le leggi razziali- la progressiva separazione degli ebrei dal
resto della nazione, il regime si apprestava , in questo modo,
a compiere l’ultimo, più radicale passo: l’espulsione
degli ebrei dal territorio italiano.
Il progetto venne poi abbandonato, nel corso del 1941, perché
l’estendersi del conflitto ridusse drasticamente le possibilità
di emigrazione. E, tuttavia, come soluzione alternativa e transitoria,
e proprio nell’imminenza dell’entrata in guerra dell’Italia,
il governo fascista dispose (maggio-giugno 1940) l’internamento,
degli ebrei stranieri(30) e di tutti gli ebrei italiani che fossero
ritenuti pericolosi per motivi politici e sociali(31) .
Il corso e gli sviluppi del conflitto avrebbero poi accresciuto
sia gli intenti persecutori del fascismo, sia il livello del controllo
esercitato sugli ebrei: il 5 maggio 1942 venne infatti disposta
– con semplice provvedimento amministrativo- la precettazione
per il servizio del lavoro obbligatorio di tutti gli ebrei, maschi
e femmine, fra i 18 e i 55 anni; l’anno successivo, proprio
alla vigilia della crisi del regime, fu infine decisa l’istituzione
di “campi di internamento e lavoro obbligatorio” per
gli ebrei di entrambi i sessi che fossero stati ritenuti “fisicamente
idonei”.
Con questo provvedimento - che solo la caduta di Mussolini (25
luglio 1943) rese impossibile applicare- “ il fascismo raggiunse
l’estremo limite di una “persecuzione dei diritti
degli ebrei”(32) .
1.
LA PERSECUZIONE DELLE VITE (1943-1945)
1.1.Dopo
l’8 settembre 1943, l’Italia si divise in due: nel
cosiddetto Regno del Sud e nei territori progressivamente liberati
dagli Alleati, le norme antiebraiche furono abrogate (anche se
va osservato, solo fine di dicembre (33) ); nelle regioni centro
– settentrionali, occupate dai tedeschi e
M. Sarfatti, Ebrei ital. Fasc, cit., pp. 209-211
Significativamente, la disposizione relativa agli ebrei stranieri
– oltre 5000- riguardò non solo gli appartenenti
a nazioni nemiche, ma anche i cittadini di Stati antisemiti alleati.
In questo modo l’internamento finì per assumere obiettivi
non tanto di sicurezza nazionale, quanto piuttosto di pura e semplice
persecuzione razziale. Gli ebrei italiani internati quali antifascisti
furono 400.
L’internamento civile assunse due tipologie: una forma più
blanda – l’ “internamento libero”- che
prevedeva il domicilio coatto in determinate località e
una forma più rigida – l’”internamento
nei campi”- che costringeva le persone in uno spazio fisico
delimitato e separato (un edificio apposito o, più raramente,
un vero e proprio campo di baracche). I “campi di internamento”-oltre
50- erano situati in prevalenza nelle regioni centro-meridionali
e posti sotto la giurisdizione del Ministero dell’Interno.
Non va infine dimenticato che le forze armate dell’Italia
fascista condussero una durissima politica d’internamento
civile sia nelle colonie africane, sia nei territori balcanici
occupati o annessi dopo il 1941. Per un analisi generale, cfr.
gli studi di C. S.Capogreco: Aspetti e peculiarità del
sistema concentrazionario fascista in AA.VV., Lager, totalitarismi,
modernità, Bruno Mondadori, Milano2002, pp.218-237 e, soprattutto,
I campi del duce. L’internamento civile nell’Italia
fascista (1940-1943), Einaudi, Torino 2004. Dello stesso autore,
cfr.,infine, Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande
campo d’internamento fascista (1940-1945), Giuntina, Firenze,
1987.
M. Sarfatti, Ebrei ital. fasc., cit., p. 187.
Durante i “quarantacinque giorni” il governo Badoglio
aveva mantenuto in vigore, almeno sul piano formale, l’intera
legislazione razziale fascista. Solo alla fine di dicembre del
1943, dopo la fuga del re a Brindisi e la nascita del cosiddetto
Regno del Sud, le disposizioni antiebraaiche furono ufficialmente
abrogate su richiesta degli Alleati.